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Dire, fare, classificare

Dire, fare, classificare

“…Da solo il popolo vuole sempre il bene, ma non sempre, da solo, lo vede. La volontà generale è sempre retta, ma il giudizio che la guida non è sempre illuminato…I singoli vedono il bene che rigettano, la collettività vuole il bene che non vede. Tutti hanno ugualmente bisogno di una guida: bisogna costringere gli uni ad adeguare la loro volontà alla ragione; bisogna insegnare al popolo a conoscere ciò che vuole. Allora dai pubblici lumi deriva l’unione dell’intelletto e della volontà nel corpo sociale; da questo verrà l’esatta partecipazione delle parti e infine la maggior forza del tutto. Ecco donde sorge la necessità di un legislatore…”.

Pur figli di cotanto filosofico genitore e portatori di sì alto gravame, i legislatori sovente paiono gareggiare nell’oblio del proprio compito e della natura e ragione stessa del proprio potere, mai arbitrario e discrezionale.

E quand’anche attendano ai propri doveri con coscienza, coerenza, chiarezza, precisione, rispetto dei termini non sempre connotano la loro opera.

Non sempre.

Laddove il sovrano interesse erariale domandi soccorso, ligi e lesti, novelli buoni samaritani, con solerzia accorrono.

Il legislatore doganale unionale non sfugge a tale dogma.

Pochi giorni or sono ha dato alle stampe la nuova tariffa doganale, collezione 2020.

Puntuali come ogni anno, le esigenze di modernizzazione della nomenclatura combinata e di adeguamento al mutato panorama del commercio internazionale prendono vita in oltre mille pagine di summa doganale.

Classificare una merce significa assegnare alla stessa un codice univoco identificativo, al quale è ricondotta una aliquota daziaria, eventuali misure non tariffarie e di politica commerciale (restrizioni, contingenti, etc.); tale codice, oltre ad assolvere una funzione economica, determinando, ad esempio, l’ammontare dei diritti all’importazione, riveste anche un valore statistico, poiché consente di monitorare i flussi in import o in export dei vari prodotti, necessari proprio per l’adozione di specifiche politiche commerciali ad opera dei servizi della Commissione europea.

Classificare una merce non si sostanzia in una semplice, meccanica operazione di identificazione di un codice univoco per ciascun bene prodotto o commercializzato, sì tecnica, ma, nel contempo, sì poco degna di interesse aziendale, da essere delegata in toto ai brokers doganali.

Se la verità di domani si nutre dell’errore di ieri, parafrasando il grande Saint-Exupéry, allora è tempo di por rimedio a simil misfatto.

Una corretta classificazione è l’abbrivio per altre, fantasmagoriche imprese, che, tutte, trovano la loro ragion d’essere nell’idea di efficace gestione dei processi doganali, di un novellato libero arbitrio conseguente alla padronanza della propria voluntas doganale, figliol prodigo festosamente accolto tra le mura domestiche.

Lungi dal costituire un asettico esercizio matematico, l’esatto classificare (ovvero garante di qual grado di esattezza riservato a ciò che scienza non è e non ubbidisce a regole predeterminate universalmente riconosciute; di quel grado di riservatezza che esclude l’errore, se non la condivisione urbi et orbi) si pone quale indefettibile presupposto di un’avveduta determinazione dell’origine, preferenziale e non preferenziale, di una seria analisi delle regole che presiedono la materia del dual use e delle restrizioni all’importazione e all’esportazione, di una proficua strategia, in termini di tempi e risorse, nell’approccio al commercio internazionale.

Frutto di un sapere che coniuga preparazione specialistica e cognizione accademica, quotidianamente ricercato da chi guarda al di là delle colonne d’Ercole del mercato domestico.

Leading the change!

 

 



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