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 Esportazione, nuovo modello aziendale

 Esportazione, nuovo modello aziendale

Il mercato è un luogo appartato dove gli uomini possono ingannarsi l’un l’altro.

Sarà stato cinico Diogene, ma le sue parole sfidano il tempo.

E gli uomini continuano a ingannarsi sui mercati, ora globali.

Esportando, ad esempio.

A settembre, l’Istat certifica un incremento delle esportazioni del 2,5%.

Esportare è un business.

In principio, era un privilegio: organizzazione, contatti, capitali.

Poi, è diventata una scelta: opportunità, investimenti, diversificazione del mercato.

Infine, si è trasformato in un obbligo: asfissia delle vendite nazionali, improvvisazione, avventura.

Internazionalizzazione nella forma più elementare, nessuna unità produttiva nei nuovi mercati, il semplice trasferimento del prodotto da commercializzare nel nuovo mondo.

Internazionalizzazione, in realtà, è altro, è un processo di investimento con l’obiettivo di conquistare progressivamente quote di mercato.

Esportare è semplice, si dice.

Per chi possiede un’organizzazione strutturata di vendita e logistica, può essere.

Per i novizi dell’international trade, forse, non proprio.

Vendere i propri prodotti all’estero è un bisogno figlio della saturazione del mercato interno; l’improvvisazione genera confusione, la consapevolezza vantaggi duraturi.

E la crescita delle esportazioni determina una maggior consapevolezza.

Ma cosa significa esportare?

Doganalmente, inviare beni comunitari al di fuori del territorio doganale dell’Unione europea; intuitiva la definizione (assai meno problematica di quella parallela di importazione o, nella definizione del legislatore comunitario, di immissione in libera pratica), più complessa e articolata la realizzazione.

La normativa comunitaria, nel corso dell’ultimo decennio, ha sensibilmente innovato le procedure legate al regime dell’esportazione; telematizzazione delle dichiarazioni doganali, dematerializzazione dei documenti, scambio elettronico dei dati tra gli uffici doganali e tra questi ultimi e gli operatori commerciali, vita assai più semplice per gli esportatori e per tutti coloro che operano nel variegato mondo della logistica (trasportatori, gestori di magazzini e depositi, consolidatori, deconsolidatori, etc.) e della dogana al servizio dell’export nazionale.

Semplificazione, telematizzazione, partnership, tre concetti declinati dal legislatore unionale nel nuovo Codice doganale dell’Unione, principi immanenti e fondatori di ogni conseguente applicazione operativa: la dematerializzazione delle dichiarazioni doganali semplifica i rapporti tra e con l’autorità doganale, la partnership dogana/operatori economici aiuta a gestire i flussi di merci in ingresso e in uscita secondo criteri maggiormente razionali e a tutela dei soggetti rispettosi delle regole del commercio internazionale, il tutto semplifica i rapporti e le attività di controllo, riduce l’invasività del momento doganale nella vita delle aziende.

Così (apparentemente) semplice, da determinare in numerose imprese la convinzione di poter gestire direttamente l’attività, internalizzando le procedure non più solo contabili e amministrativi, bensì anche dichiarative.

Ownership del processo doganale, riduzione dei costi, diretta conseguenza della contrazione del numero dei rappresentanti doganali, eliminazione dei rischi Iva legati alla mancata disponibilità delle prove delle avvenute esportazioni: innegabili i benefici diretti conseguenti all’insourcing dell’attività di export.

Ma non per tutti.

Organizzazione delle procedure e disponibilità di risorse non sono beni disponibili per ogni soggetto economico; chi per ultimo si è seduto al tavolo dell’internazionalizzazione ancora fatica a gestire in proprio i processi logistici e doganali.

Ancora vale, in tale caso, la consolidata prassi di devolvere in toto l’attività al trasportatore o al rappresentante doganale (spedizioniere doganale) di fiducia; a un costo variabile maggiormente controllabile e meno impattante sull’economia aziendale non sempre corrisponde una correlata e corretta gestione del rischio doganale.

Esternalizzare comporta necessariamente delle scelte; anche nella selezione dei partners.

Le quali, se consapevoli, rientrano nell’ambito di una sana gestione d’impresa; è la scarsa o assente consapevolezza, al contrario, a generare mostri.

L’export compliance non è materia da sottovalutare.

È materia da studiare.



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