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Essere o non essere?

Essere o non essere?

Il buon Guglielmo ha emozionato schiere di lettori e influenzato moltitudini di emuli.

Un suo illustre connazionale, moderno e più libertino, ha scritto: “There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about”.

E allora, let’s go talking about.

About Brexit, of course.

Mirabile, il potere dei mezzi di informazione, capaci di creare la coscienza dei fatti, certo, ma anche di illudere una realtà virtuale, dove non il reale a creare la notizia, bensì l’esatto opposto.

La Brexit è un problema, finchè se ne parla; basta non parlarne, per dissolverla, nell’immaginario popolare, in un vago ricordo, almeno fino al termine dell’estate (guai distrarre la massa dai circenses sotto il solleone), quando la nuova deadline del 31 ottobre comincerà minacciosamente ad avvicinarsi.

I sudditi di Sua Maestà, invece, continuano a parlarne, eccome; demolito il governo May, il fantasma Brexit ora aleggia sui possibili successori al soglio di Downing Street e agita il sonno degli imprenditori britannici, la cui associazione, Confederation of British Industry (CBI) ha pensato bene di ammonire i dodici pretendenti alla carica di Primo Ministro, considerato come i due favoriti (Boris Johnson e Dominic Raab) siano impazienti di dire bye bye alla UE il 31 ottobre, senza accordo.

La Confindustria britannica, ovviamente, ha una diversa visione storica del momento, non ritiene l’economia in grado di sostenere un incremento dei costi doganali quantificato in 20 miliardi di sterline.

Abbiamo letto bene?

Qualcuno si preoccupa dei costi doganali e non solo del backstop irlandese?

 

Vuoi vedere che anche al di là della Manica la politica e le esigenze delle aziende sono due rette che con fatica (e non sempre) si incontrano?

Con grande curiosità intellettuale leggiamo che gli industriali britannici rimproverano ai loro governanti un’incertezza che da troppo tempo aleggia sulle prospettive commerciali, vigente la quale i costi sono cresciuti e le vendite diminuite.

Non importa la latitudine, ciò che spaventa il commercio è sempre la mancanza di una prospettiva certa, l’impossibilità di pianificare investimenti, implementare flussi, controllare costi.

E il timore di un effetto dogana negativo sui prezzi, che scuote gli animi oltre Manica, sembra invece poco diffuso sulle nostre sponde, quietamente adagiate sulla indotta convinzione che l’alba del 1° novembre sarà indolore come quella del 30 marzo.

La Brexit ha già ridisegnato lo storico bipolarismo inglese, la libertà di ciascuno di farsi del male in assoluta autonomia dovrebbe arrendersi al pregiudizio dell’interesse collettivo, ma sovente la politica va oltre il buon senso, il suicidio di una nazione non è punito da nessun codice penale, l’augurio è che soccomba di fronte allo spirito democratico.

E’ vero, aspettiamo che il teatrino UK cali finalmente il sipario su questa commedia dal sapore amaro, siamo legati alle decisioni di chi ormai da più di due anni non decide ed ha sacrificato un governo sull’altare dell’indecisione e della miopia economica.

Ma non distraiamoci più del necessario, decisi sull’obiettivo di minimizzare i rischi, analizzando il presente per disegnare il futuro, ormai prossimo, quale sia non ha (troppa) importanza.

Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso.

 



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