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Infrastrutture, queste sconosciute

Infrastrutture, queste sconosciute

Sono lontani i tempi del romanticismo gramsciano, che vedeva nella connessione sentimentale tra governanti e popolo il segreto della buona politica.

E chissà cosa penserebbe il buon Jefferson, padre dell’indipendenza statunitense, che predicava l’onestà quale arte del buon governo.

Le capriole istituzionali non ci affascinano.

I programmi di governo (?) un po’ di più.

Nebbia e clausole di stile popolano, per scelta o per necessità è ardua sentenza, i buoni propositi del nuovo esecutivo, tra i quali leggiamo: “Una nuova strategia di crescita fondata sulla sostenibilità richiede investimenti mirati all’ammodernamento delle attuali infrastrutture e alla realizzazione di nuove infrastrutture, al fine di realizzare un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere”.

Eh sì, le infrastrutture sono importanti; nel “Piano strategico nazionale della portualità e della logistica”, pubblicato in via definitiva nel 2016, dopo varie vicissitudini, dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il termine compare ben 72 volte: “L’esigenza di una riforma è confermata, di recente, anche dagli esiti del Global Competitiveness Index pubblicati dal World Economic Forum; l’Italia risulta al 49º posto nella classifica mondiale e al 26° per qualità ed efficienza delle infrastrutture, superata da tutti i Paesi UE dell’area Mediterranea (Francia all’8° posto, Spagna all’9°, Portogallo al 17°), ad eccezione della Grecia (36° posto). In generale, il Paese sconta un ritardo diffuso su tutti i pilastri della competitività analizzati (Institutions, Infrastructures, Macroeconomic Environment, Health and Primary Education), ma ancora più eclatante è il dato di dettaglio relativo alla qualità dell’infrastruttura portuale, rispetto a cui l’Italia si posiziona al 55º posto, dopo, tra gli altri, Spagna (9), Portogallo (23), Irlanda (29), Francia (32), Marocco (43), Grecia (49), Croazia (51)”.

Pur non essendo adepti della setta adoratrice delle statistiche, ingenuamente convinti che la vera verità si riveli al di là dei numeri, ciò nonostante scorriamo con attenzione la classifica dei primi 15 porti europei.

Rotterdam al primo posto (+ 4% nel primo semestre 2019 rispetto al medesimo periodo 2018) ed Anversa posto (+ 5,1% nel primo semestre 2019 rispetto al medesimo periodo 2018) al secondo non fanno notizia; l’ascesa di Amburgo (+ 7,5% nel 2019 rispetto al 2018) merita una riflessione: la flessione di Bremerhaven, certo, aiuta, ma la possibilità di offrire nuovi servizi, fondali più profondi, l’ampliamento del fiume Elba ancor di più.

Et similia per il Pireo, + 23,8% nel 2019 rispetto al 2018.

Genova è il primo porto italiano per TEUS movimentati (2.609.000 nel 2018); nel 2017 aveva registrato un impressionante + 14,1% rispetto al 2016; nel 2018 una prima flessione, – 0,5% rispetto al 2017, nel primo semestre 2019 un ulteriore – 1,4% parametrato sul periodo gennaio/giugno 2018.

Il crollo del Ponte Morandi, non vi è dubbio.

Umilmente, ci permettiamo di aggiungere i tempi biblici di realizzazione dei piani regolatori portuali; il costo chilometrico ferroviario in porto esorbitante e, conseguentemente, l’insufficiente utilizzo della strada ferrata; lo zoppicante sportello unico doganale; un accesso autostradale e una viabilità cittadina non in compliance con le necessità del porto; collegamenti ferroviari ottocenteschi; il tutto, nel quadro di una indecente gestione normativa della portualità e della logistica portuale.

Eh sì, le infrastrutture sono importanti…

 

 

 



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