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 Intanto, al di là dell’Oceano… Buon Lunedì

 Intanto, al di là dell’Oceano… Buon Lunedì

Siamo sinceri.

L’affaire Brexit intriga ben oltre la preoccupazione per le conseguenze commerciali a danno dei sudditi di Sua Maestà o degli innocenti cittadini unionali.

La schizofrenia imperante, così lontana dall’immagine dell’aplomb anglosassone che la storia ci ha regalato; il valzer politico, attori deputati conservatori e laburisti che si lamentano, si dissociano, danzano sulle ceneri di un bipolarismo granitico, come nemmeno al Royal Ballet.

La pervicace perseveranza di Theresa May, strenuo baluardo delle legioni brexiters moderate, fautrici di un dolce addio, assediata da miopi oltranzisti di sangue blu, da un lato e da liberisti più per necessità di partito che per convinzione etica, dall’altro, tanto da palesare l’immagine di un fervido attaccamento allo scranno di Downing Street, italica virtù da secoli dispensata nel Belpaese da integerrimi rappresentanti del popolo.

L’attendismo dell’Unione, parte lesa (?) di questa causa di divorzio, periglioso processo per la salute della famiglia, bradipamente proattiva a tutela degli interessi economici degli operatori europei e, in fondo, timorosa di uno sgarbo a un potente ex coniuge e, si spera, futuro amico.

Una storia da social media, leggermente stucchevole, ma sempre stuzzicante.

Tanto, da distrarci un poco dall’eco delle gesta eroiche di Mr. President, che Oltreoceano imperversa dall’Atlantico al Pacifico.

Interessato anzichenò ai destini dei figli di Albione.

Sostenitore di un protezionismo Usacentrico, nemico viscerale del multilateralismo, cui preferisce negoziati face to face, già da tempo ha cortesemente suggerito agli amici anglosassoni un divorzio senza regole, duro, lacrime e sangue da consolare con un partnership agreement da siglare entro il 2020.

Filantropia dilagante o sommesso desiderio di minare la solidità UE, fautrice di un odioso approccio multilaterale e liberista all’international trade, punendo, nel contempo, Berlino e Parigi, considerati, più la prima che la seconda, pericolosa antagonista di Washington, con tutte quelle vetture a invadere la patriottica Route 66!

Ma non si arresta certo qui, il poliedrico Donald.

Fallito, almeno per ora, il round di negoziati diretto a transare le severe regole di recente approvate dall’India in materia di e-commerce, ha deciso, USA caput mundi, di punire gli irriverenti nipotini di Gandhi eliminando l’esenzione dai dazi doganali fino ad oggi applicata ai beni indiani importati negli Stati Uniti (oltre $ 5,6 miliardi ogni anno).

È notoria e atavica la passione di Trump per i dazi.

Non proprio per tutti i dazi, però.

Alcuni, benchè introdotti con roboanti proclami di machismo internazionale, potrebbero, a breve, svanire come gocce di rugiada al primo sole.

Il silenzioso potere di Mr. Xi Jinping ha colpito anche Oltreoceano; facile negoziare quando possiedi circa 1.180 mila miliardi di debito pubblico della tua controparte (il cui debito complessivo vale 21, 21 mila miliardi di dollari).

Nelle prossime quattro settimane potrebbe essere annunciata la firma dell’accordo commerciale tra USA e Cina; il Fondo monetario internazionale, al riguardo, chiosa: “Dalla trade war non usciranno vincitori anche se ci sarà un accordo. Dobbiamo lavorare per ridurre le barriere tariffarie e modernizzare il sistema commerciale globale”.

Work in progress con soddisfazione comune, alcune questioni chiave ancora in discussione e tra queste, pare, la riduzione o eliminazione dell’imposizione daziaria.

Una persecuzione, questi dazi!

Intanto, mentre nel Vecchio Continente leggiamo la Brexit e litighiamo sulla Via della Seta, la Cina fa shopping per il mondo, rinunciando, certo, a qualcosa, ma creando, nell’immaginario collettivo di Pechino, la convinzione della realtà possibile del sogno cinese.

Sveglia, cara, vecchia, bistrattata Europa o saranno guai…

 

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