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 Niente accordo, siamo inglesi!- Buon Lunedì!

 Niente accordo, siamo inglesi!- Buon Lunedì!

“Pensare è la cosa meno salutare al mondo e le persone muoiono di ciò come muoiono di altre malattie. Fortunatamente, in Inghilterra, in ogni caso, il pensiero non si afferma. Il fisico splendido del nostro popolo è interamente dovuto alla stupidità nazionale”.

Il sense of humor di Oscar Wilde ha valicato i secoli, cavalcato la storia, disegnato l’ironia della vita; ed oggi, con la sua naturale arguzia, come potrebbe Oscar Fingal O’Flahertie Wills qualificare il comportamento dei suoi connazionali?

Ancora Brexit.

Qualcosa di nuovo?

Apparentemente no.

La Camera dei Comuni ha respinto per la terza volta il Withdrawal Agreement; Theresa May si avvia verso la pensione; la UE, come le stelle, rimane a guardare, ufficialmente non parla, ma il buon Tusk tweetta in continuazione, malcostume politico non solo italiano, parrebbe.

Nihil novum sub sole.

O forse no.

A pensarci bene, qualcosa è cambiato; il tempo, ormai prossimo al “the end”; e la pazienza dei comuni mortali europei, sempre più scarsa.

Il Consiglio Europeo dixit: “Qualora l’accordo di recesso sia approvato dalla Camera dei Comuni entro il 29 marzo 2019, il termine previsto dall’articolo 50, paragrafo 3, TUE è prorogato fino al 22 maggio 2019. Qualora l’accordo di recesso non sia approvato dalla Camera dei Comuni entro il 29 marzo 2019, il termine previsto dall’articolo 50, paragrafo 3, TUE è prorogato fino al 12 aprile 2019. In tal caso il Regno Unito indicherà prima del 12 aprile 2019 il percorso da seguire, in vista del suo esame”.

Traduciamo: a) approvazione inglese dell’accordo entro il 29 marzo = proroga al 22 maggio (le elezioni europee incombono);

b) negazione inglese dell’accordo entro il 29 marzo = proroga al 12 aprile.

Il Parlamento britannico ha scelto la busta b) e ora siamo tutti curiosi di capire chi, in nome del Regno Unito, indicherà la strada da seguire e, soprattutto, quale sarà la via maestra da percorrere.

Oggi i signori di Westminster replicano la piéce: esame dei piani alternativi, otto depositati, dall’unione doganale alla ripetizione del referendum, passando per la richiesta di una proroga lunga, fino al 2020, con il rischio di partecipare alle prossime elezioni, organizzare la cena, trovare gli invitati, accreditarli, acquistare abiti eleganti, compartecipare alla spesa delle vettovaglie, riservare i posti e, celebrazioni terminate, non presentarsi a tavola.

Achille raggiungerà la tartaruga?

Scorrono le immagini dei servizi televisivi e le parole dei reportage giornalistici, un misto di ironia e fastidio accompagna lo sguardo.

Ironia, Wilde docet, poichè l’establishment politico britannico, oggi, è una barzelletta.

Fastidio, poiché il gioco, anche se divertente, a lungo (e due anni lo sono) stanca.

E’ ora di calare il sipario.

Qualcuno, in questa Europa attendista, forte con i deboli e debole con i forti, interpretando il sentimento di milioni di cittadini esterrefatti, abbia il coraggio di fissare perentoriamente un termine di approvazione, scevro da condizioni e seconde chances.

Se il Withdrawal Agreement è quanto di meglio la diplomazia unionale potesse partorire, tergiversare è inutile; chi deve prenotare un viaggio a Londra o Edimburgo ha il diritto di sapere se deve fare il passaporto; chi deve siglare un contratto di acquisto/cessione con un operatore britannico ha il diritto di stilare un business plan veritiero.

Gli help desk partecipati dall’Agenzia delle Dogane, oggi, ben poco possono suggerire, se non ripetere quanto già scritto dall’amministrazione in 29 slides che offrono più domande che risposte, interpretazione teoretica di una disciplina che richiede, al contrario, applicazioni pratiche; e così, mentre noi postuliamo come “qualora le merci abbiano attualmente origine preferenziale UE in virtù di materiali di origine UK che incorporano o di lavorazioni ivi effettuate, tale origine andrà riesaminata, considerando che i materiali UK o le lavorazioni ivi effettuate saranno del tutto equiparabili a quelle di un Paese terzo non accordista”, in UK l’HM Revenue & Customs pensa di inviare i beni in importazione direttamente a destino, posticipando la presentazione della dichiarazione doganale, al fine di scongiurare epiche code ai caselli dei valichi di frontiera.

Basta condizioni e rinvii, Oltremanica necessita di una scelta definitiva e Bruxelles deve richiederla senza indugio; un “possible deal” rinviato di continuo a data destinarsi è peggio di un “no deal” calendarizzato.

Viene da chiedersi: e se il recesso l’avesse notificato Atene o Lisbona o Vilnius o … Roma?

Bruxelles avrebbe incarnato anche in questo caso il novello Quinto Fabio Massimo Temporeggiatore di oggi?

Noi, un dubbio l’abbiamo.

E voi?

 

 

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