L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la risposta a interpello n. 393 del 7 giugno 2021 riguardante il ravvedimento operoso dell’errata applicazione del meccanismo del reverse charge e il recupero del credito Iva per soggetto non residente.

L’articolo 17, secondo comma, del decreto Iva dispone che gli obblighi relativi alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato da soggetti non residenti nei confronti di soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato, compresi i soggetti indicati all’articolo 7-ter, comma 2, lettere b) e c), sono adempiuti dai cessionari o committenti.

Tuttavia, nel caso di cessioni di beni o di prestazioni di servizi effettuate da un soggetto passivo stabilito in un altro Stato membro dell’Unione europea, il cessionario o committente adempie gli obblighi di fatturazione di registrazione secondo le disposizioni degli articoli 46 e 47 del DL 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427.

In base al disposto del successivo terzo comma dell’articolo 17, l’estensione del meccanismo del reverse charge non trova applicazione nel caso in cui le cessioni di beni o le prestazioni di servizi, territorialmente rilevanti in Italia, siano effettuate da un soggetto passivo non residente e privo di stabile organizzazione nel territorio dello Stato nei confronti di cessionari o committenti soggetti passivi che siano anch’essi stabiliti fuori del territorio dello Stato. In tale caso, va applicata la regola generale che individua il debitore d’imposta nel cedente o prestatore.

Pertanto, quando le operazioni nazionali intercorrono tra soggetti non residenti ai fini Iva in Italia, il fornitore deve emettere fattura con imposta utilizzando la partita Iva italiana, acquisita mediante identificazione diretta oppure tramite un rappresentante fiscale.

Di conseguenza, con riferimento alle violazioni degli obblighi di assolvimento dell’imposta mediante il meccanismo del reverse charge, l’articolo 6, comma 9-bis.2, del decreto legislativo n. 471 del 1997, dispone che in deroga al comma 1, qualora, in assenza dei requisiti prescritti per l’applicazione dell’inversione contabile l’imposta relativa a una cessione di beni o a una prestazione di servizi di cui alle disposizioni menzionate nel primo periodo del comma 9-bis, sia stata erroneamente assolta dal cessionario o committente, fermo restando il diritto del cessionario o committente alla detrazione, il cedente o il prestatore non è tenuto all’assolvimento dell’imposta, ma è punito con la sanzione amministrativa compresa fra 250 euro e 10.000 euro.

Al pagamento della sanzione è solidalmente tenuto il cessionario o committente.

In merito alla corretta modalità di recupero del credito IVA sugli acquisti da parte dei soggetti non residenti, l’art. 38-bis2 del D.P.R. n. 633/1972 esclude la possibilità di chiedere il rimborso con la speciale procedura ivi prevista se i richiedenti hanno effettuato operazioni per i quali sono debitori d’imposta. L’Agenzia delle Entrate ha precisato che la società cedente può considerarsi al pari di un soggetto che non ha effettuato operazioni per le quali è debitore dell’imposta e che, quindi, nonostante l’errore, conserva il diritto di ottenere il rimborso secondo la procedura di cui all’art. 38-bis2 del D.P.R. n. 633/1972.

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