C’era una volta, in un Paese non molto lontano, conosciuto per la birra, il cioccolato, un sovrano burlone, che si divertiva a nascondere, tra le pieghe dei propri editti, regole e balzelli singolari a danno dei propri sudditi.

Fu così che un giorno scrisse che tutti i commercianti che vendevano le loro merci al di fuori del territorio nazionale, avevano l’obbligo di presentare i documenti ai gabellieri più vicini alle loro officine e non potevano più chiedere, se non in casi assolutamente limitati e tassativi, i servigi delle gabelle nei porti, dove le merci si dirigevano per essere imbarcate per lidi lontani. I commercianti rimasero sbigottiti; era d’uso, per risparmiare tempo e denaro, spedire le merci direttamente all’imbarco, senza fermarsi ai punti di controllo interni.

Com’è e come non è, nessuno modificò la regola, ma i gabellieri chiudevano un occhio, ogni tanto in porto minacciavano di rimandare le merci al mittente o di sanzionare i poveri commercianti e qualcuno faceva pure, lasciandoli sempre nel dubbio. Fino a quando i capi dei gabellieri presero una decisione: tutto il territorio interno ai confini nazionali doveva essere considerato come luogo dove il commerciante risiede e non importa se i gabellieri ove si presentavano i documenti erano in pianura, in porto o in montagna: per decisione superiore, ogni posto rispondeva ai requisiti stabiliti dal sovrano burlone.

Gioia, giubilo, vivissimi applausi; e da allora, vissero tutti felici e contenti. Fino a quando…Perdonino tutti l’ardire scherzoso e semplicistico del nostro incipit, ma davvero non sapevamo come riportare, senza annoiare i lettori, i fatti, immaginiamo da molti dimenticati, che portarono alla decisione del 2010 di interpretare in senso estensivo il volere del legislatore unionale, applicata fino a quando la stessa Agenzia, alla fine dell’anno appena trascorso, ha deciso di applicare nuovamente la disposizione, non più inserita nel Codice doganale unionale, bensì nel suo regolamento di esecuzione, che identifica nell’ufficio territorialmente competente in base alla sede dell’esportatore il luogo ove presentare la dichiarazione doganale; e, nell’ambito delle eccezioni previste (cfr. le FAQ alla circolare), prevede che l’ufficio individuato si trovi, comunque, in Italia.

Traduzione: se risiedo a Binasco e devo spedire merce via mare a Genova, non posso più dire al trasportatore di inforcare allegramente l’autostrada e viaggiare diretto al porto, bensì, al casello, di dirigersi a Milano, andare in una delle SOT dell’Ufficio delle Dogane di Milano 2 (competente sulla sede di Binasco), sostare negli spazi doganali (ammesso che esistano, molti uffici interni ne sono sprovvisti), attendere la presentazione della dichiarazione doganale e l’eventuale controllo e, solo allora, fare dietro front e avviarsi verso il mare. Dove, una volta giunto, dovrà sobbarcarsi un’ulteriore sosta per il pagamento delle tasse portuali, la cui dichiarazione è necessaria per l’imbarco. E tutte queste soste, cambi rotta, marce e retromarce, il trasportatore le farà gratis o ne chiederà il giusto compenso? E gli Uffici delle Dogane interni saranno in grado, in un periodo così difficile, di soddisfare in tempi ragionevoli le istanze degli operatori o si dovranno anticipare i flussi, laddove possibile, per non perdere gli imbarchi o i voli programmati, danno non sollo economico, ma d’immagine con il cliente? Certo, la dogana potrebbe, come negli anni precedenti il 2010, continuare ad accettare dichiarazioni in porto o in aeroporto, senza soluzione di continuità; ma il giorno n cui un funzionario, un capo sezione o un direttore dovessero alzare la mano e bloccare dei carichi o, peggio, in sede di revisione ex post, considerare irregolare la dichiarazione, cosa accadrebbe?

Noi saremo poco lungimiranti, ma, sinceramente, la semplificazione e il risparmio, in questa decisione, non li vediamo. Un consiglio?

Un luogo approvato allunga la vita…

 

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