Mentre in Occidente i fautori del protezionismo avanzano in ordine sparso, certificando con dubbie prove la superiorità di un’economia chiusa e autarchica, nel lontano Oriente 15 Paesi, Australia, Birmania, Brunei, Cambogia, Cina, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Indonesia, Laos, Malesia, Nuova Zelanda, Singapore, Thailandia, Vietnam, decidono di sottoscrivere, al termine di un negoziato durato otto anni, un accordo di libero scambio, definito “epocale”. Definizione pomposa e autoreferenziale?

Può darsi, ma i numeri parlano da soli: i Paesi membri costituiscono quasi un terzo della popolazione mondiale (2,3 miliardi di persone) e rappresentano il 30% del prodotto interno lordo globale, senza contare l’India, che ha partecipato ai negoziati, ma, al momento, non ha sottoscritto il documento finale, preoccupata che tariffe più basse potessero danneggiare i produttori locali.

Eliminazione delle imposizioni tariffarie nell’arco di un ventennio, disposizioni in materia di proprietà intellettuale, telecomunicazioni, servizi finanziari, commercio elettronico, servizi professionali e, soprattutto, atteso il potenziale impatto negli scambi con gli operatori unionali, nuove regole di origine. Una vittoria del multilateralismo e del libero scambio, l’ha definita il primo ministro cinese Li Keqiang, a tacer del fatto che si tratta del primo accordo sottoscritto da Cina e Giappone; e non dimentichiamo che molti dei Paesi sottoscrittori, ASEAN in testa, sono legati da accordi di libero scambio con la UE, mentre con Australia e Nuova Zelanda i negoziati sono a buon punto, ma ancora in corso.

Una rete globale, cui potrebbero aggiungersi, nel prossimo futuro, gli USA del Presidente Biden, fautore di rapporti amichevoli con la UE e di relazioni commerciali globali più distese, rispetto al suo predecessore.

Che il vento del protezionismo scemi velocemente in fresca brezza marina?

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