Il 5 settembre 2025, il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) ha pubblicato la decisione preliminare relativa all’indagine antidumping sulle importazioni di carne suina e derivati provenienti dall’Unione Europea.
La misura, entrata in vigore il 10 settembre 2025, prevede il versamento di depositi cauzionali differenziati, pari al 15,6%–32,7% per gli operatori che hanno collaborato all’indagine e fino al 62,4% per gli esportatori non cooperativi o per altri fornitori europei.
L’indagine, avviata nel giugno 2024 su richiesta della China Animal Husbandry Association, riguarda un’ampia gamma di prodotti suini — freschi, refrigerati e congelati — tra cui carni, sottoprodotti commestibili, grassi e budelli, individuati da numerosi codici tariffari doganali, dai 0203 ai 0504.
I depositi cauzionali, calcolati sul valore in dogana (comprensivo di trasporto, assicurazione e IVA all’importazione), costituiscono una garanzia preventiva in vista dell’eventuale conferma dei dazi definitivi, prevista entro il 16 dicembre 2025.
La partecipazione attiva all’indagine si è rivelata determinante: le aziende che hanno cooperato con le autorità cinesi beneficiano di aliquote più contenute e restano potenzialmente idonee a proporre impegni di prezzo (price undertakings) in alternativa ai dazi definitivi.
La Cina è un partner commerciale strategico per il comparto suinicolo europeo, con un valore medio degli scambi che supera i 2 miliardi di euro l’anno, oltre la metà dei quali rappresentati da sottoprodotti difficilmente valorizzabili nel mercato interno.
I principali esportatori sono Spagna, Paesi Bassi e Danimarca, ma le ripercussioni si estendono anche ad altri Stati membri, Italia inclusa, attraverso l’intera filiera dei prodotti trasformati.
L’aumento dei dazi comporta un forte calo della competitività dei prodotti europei sul mercato cinese — in particolare per i sottoprodotti — con un aggravio dei costi che può superare il 50% del valore.
Questo scenario rischia di generare eccedenze di offerta nel mercato UE, con conseguente pressione sui prezzi interni, e di favorire l’ingresso di fornitori alternativi come Brasile e Stati Uniti.