Nella primavera del 2025, l’autorità competente olandese (NVWA) ha condotto una serie di ispezioni simulate — cosiddette dry-run inspections — rivolte ad aziende volontarie coinvolte nella catena di approvvigionamento di prodotti soggetti al Regolamento UE 2023/1115, noto come EUDR. L’obiettivo era duplice: da un lato testare l’effettiva operatività delle disposizioni normative, dall’altro identificare, sul campo, criticità e buone pratiche. I risultati offrono spunti preziosi per tutte le imprese europee che si preparano all’entrata in vigore delle nuove regole.
Una delle osservazioni più evidenti riguarda il fraintendimento, ancora diffuso, tra raccolta dei dati e due diligence. In molti casi, le aziende hanno saputo fornire informazioni sulla provenienza, documentazione tecnica e coordinate geografiche, ma senza collegare questi dati a una valutazione del rischio concreta o a misure di mitigazione. In sostanza, non è sufficiente raccogliere dati: è necessario interpretarli, inserirli in un processo di analisi del rischio e agire di conseguenza. La due diligence prevista dagli articoli 9 e 10 dell’EUDR non è una formalità, ma un’attività viva e integrata, che richiede consapevolezza e decisioni operative documentate.
Le imprese che hanno ottenuto i risultati migliori sono quelle che hanno saputo integrare la due diligence direttamente nei propri processi interni, coinvolgendo le funzioni aziendali che si occupano di acquisti, vendite, gestione dell’inventario e logistica. Al contrario, le soluzioni “parallele” o scollegate dalla gestione quotidiana si sono rivelate fragili, difficili da aggiornare e poco efficaci. Il messaggio è chiaro: l’EUDR non può essere trattato come un adempimento isolato, ma va incorporato nella cultura e nell’organizzazione operativa dell’impresa.
L’impiego di piattaforme digitali e software dedicati alla gestione della due diligence si è rivelato senz’altro utile, specialmente per quanto riguarda la raccolta di dati e la geolocalizzazione. Tuttavia, le autorità olandesi sottolineano un principio fondamentale: nessun sistema può sostituire il giudizio umano. I software possono facilitare il lavoro, ma spetta sempre all’impresa valutare i rischi, prendere decisioni fondate, conservare la documentazione di supporto e dichiarare, sotto la propria responsabilità, che i prodotti immessi sul mercato UE sono conformi.
In diversi casi, le aziende si sono concentrate solo sul rischio di deforestazione, tralasciando altri elementi fondamentali richiesti dal Regolamento, come la legalità dell’origine, i diritti fondiari, la titolarità delle terre e il rispetto delle normative locali. L’EUDR richiede invece un approccio olistico, in cui ogni aspetto della conformità sia considerato e documentato. Ridurre l’ambito dell’analisi significa esporsi a contestazioni, sanzioni e, soprattutto, all’esclusione dal mercato.
Una delle difficoltà maggiori emerse durante le ispezioni riguarda i luoghi di trasformazione del prodotto. In molti casi, le aziende non sono riuscite a dimostrare che il prodotto finale immesso sul mercato non sia stato mescolato con lotti di origine sconosciuta o non conforme. Questo rappresenta un rischio elevato, e sottolinea l’importanza di adottare sistemi documentali che traccino in modo preciso gli input e gli output di ciascuna fase della lavorazione.
Un’altra lezione importante riguarda la tracciabilità: non è sufficiente conoscere l’origine del prodotto; bisogna poter dimostrare che quel prodotto, proveniente da quella parcella, è esattamente lo stesso che viene venduto nell’Unione Europea. Serve quindi coerenza, continuità e qualità dei dati lungo l’intera filiera. Le aziende che già lavorano con sistemi di tracciabilità avanzati avranno un vantaggio competitivo evidente.
Infine, è emerso un malinteso comune: molte imprese ritengono che una certificazione ambientale o di sostenibilità equivalga a una sorta di “passaporto verde” automatico. In realtà, le certificazioni possono essere utili come strumenti di mitigazione del rischio, ma non sostituiscono la due diligence. È l’operatore economico che deve essere in grado di spiegare quali rischi sono mitigati dalla certificazione e in che modo essa si inserisce nel proprio sistema di controllo.
Le ispezioni simulate condotte in Olanda sono un banco di prova prezioso. La conclusione è chiara: la conformità all’EUDR non può essere improvvisata. Richiede visione strategica, strumenti operativi adeguati, cultura aziendale orientata alla legalità e al rispetto delle regole. Le aziende che iniziano oggi a lavorare su questi aspetti saranno le stesse che potranno affrontare con serenità le prime vere ispezioni.
C‑Trade supporta le imprese in ogni fase del percorso di adeguamento al Regolamento EUDR: dalla mappatura della catena di fornitura alla definizione del sistema di due diligence, dall’analisi dei rischi all’implementazione di strumenti digitali, fino alla gestione delle relazioni con autorità e fornitori.
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