Sanzioni

Il 18º pacchetto di sanzioni UE contro la Russia: rigore, ritualismo o resa?

By 28 Luglio 2025No Comments

L’Unione Europea ha ufficialmente adottato il 18º pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia, con l’intento dichiarato di intensificare la pressione economica sul Cremlino a oltre due anni dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Annunciato come il pacchetto “più severo” finora da Kaja Kallas, Alta Rappresentante per la Politica Estera, il provvedimento introduce un ampio spettro di misure che toccano i settori energetico, finanziario e commerciale. Ma mentre Bruxelles rivendica fermezza, cresce anche il fronte di chi, in ambito europeo e internazionale, mette in dubbio l’efficacia di uno strumento ormai percepito più come rito che come strategia.

Il pacchetto include una serie di interventi che vanno dalla limitazione delle esportazioni all’inasprimento delle sanzioni individuali, passando per la stretta sul petrolio russo. Tra le novità più rilevanti:

  • Abbassamento del tetto al prezzo del greggio russo trasportato via mare verso Paesi terzi: il nuovo meccanismo, definito “dinamico”, fissa il limite a circa 47,6 dollari al barile, ovvero il 15% in meno rispetto alla media del prezzo del petrolio russo (Urals). In teoria, questo dovrebbe ridurre drasticamente le entrate russe dal petrolio, ma l’applicazione pratica si scontra con difficoltà note: flotta ombra, triangolazioni, elusioni sistemiche.
  • Divieto di importazione nella UE di prodotti petroliferi raffinati di origine russa, anche se lavorati in Paesi terzi. Questa misura, seppur ambiziosa, prevede deroghe importanti per Norvegia, Regno Unito, USA, Canada e Svizzera – un dettaglio che solleva dubbi sull’effettiva chiusura delle “falle” nel sistema sanzionatorio.
  • Sanzioni individuali verso 14 persone fisiche e 41 entità, oltre a un ulteriore blocco delle esportazioni di beni a duplice uso verso 26 soggetti in Paesi terzi.
  • Divieto di accesso ai porti UE per 105 nuove imbarcazioni, tutte collegate alla cosiddetta flotta ombra usata da Mosca per aggirare le sanzioni marittime.
  • Chiusura totale a Nord Stream 1 e 2, con il divieto di qualsiasi transazione relativa ai gasdotti.
  • Nuove restrizioni finanziarie, che includono il blocco di 22 istituti di credito russi e il divieto di cooperazione con il Fondo russo per gli investimenti diretti, nonché l’esclusione da servizi di messaggistica finanziaria (tipo SWIFT) per soggetti selezionati.

Nel complesso, il pacchetto intende colpire duramente i pilastri su cui si regge l’economia di guerra russa. Tuttavia, dietro l’apparente rigore si nascondono molteplici criticità.

Dopo diciassette pacchetti precedenti dagli effetti a dir poco limitati, molti osservatori parlano oggi di “sanzioni rituali”: strumenti ripetuti, quasi meccanicamente, senza più una visione strategica d’insieme. La Russia ha ormai costruito canali paralleli – commerciali, finanziari e logistici – attraverso alleanze nel Sud globale e nei BRICS, riducendo l’impatto delle sanzioni occidentali. Il Cremlino, secondo alcune analisi, non solo ha imparato a convivere con le restrizioni, ma ne anticipa i contenuti e li sfrutta a proprio vantaggio per rafforzare la narrativa interna e diversificare i mercati.

Nel caso del tetto al prezzo del greggio, ad esempio, l’efficacia dipende da variabili incontrollabili: se Mosca decidesse di tagliare la produzione, potrebbe far aumentare i prezzi del Brent e del WTI, compensando la perdita in volume con maggiori ricavi unitari. In altre parole, l’elasticità del prezzo del petrolio rischia di trasformare lo strumento sanzionatorio in un boomerang per l’UE, soprattutto in un momento di forte esposizione ai dazi USA e di fragilità energetica.

La combinazione tra nuove sanzioni, tensioni con gli Stati Uniti e shock energetici potrebbe tradursi – secondo alcune stime – in una contrazione del PIL europeo dello 0,3%, con un possibile rischio recessivo nella seconda metà del 2025, specialmente se i costi energetici continueranno a salire. L’effetto inflattivo su elettricità, diesel e gas andrebbe a colpire imprese e consumatori, comprimendo i profitti industriali e riducendo la competitività delle esportazioni, già provate da un dollaro più debole e da minori margini di manovra strategica.

Più che domandarsi quanto colpisca la Russia questo nuovo pacchetto, molti analisti iniziano a chiedersi quanto isoli l’Europa sul piano geopolitico. L’assenza di un approccio globale coordinato, la frammentazione degli alleati, la miopia nell’integrare le sanzioni in una più ampia visione diplomatica rischiano di trasformare le buone intenzioni in placebo politici: efficaci per placare le opinioni pubbliche interne, ma sterili sul campo di battaglia economico e strategico.

Il mondo intorno è cambiato. Lo ha fatto la Russia, che si muove con pragmatismo spregiudicato tra Pechino, Teheran, Delhi e Pretoria. E lo hanno fatto gli USA, che in parte stanno delegando all’Europa il “problema Kiev”, rallentando il sostegno diretto. L’Europa, invece, sembra muoversi con inerzia, reiterando pacchetti su pacchetti, senza interrogarsi davvero su efficacia, sostenibilità e impatto sistemico.

Il 18º pacchetto di sanzioni rappresenta un passaggio importante, ma non privo di ambiguità. Se da un lato riafferma la volontà dell’UE di rispondere all’aggressione russa con fermezza, dall’altro conferma la necessità urgente di una strategia più flessibile, realistica e globale. Le sanzioni, da sole, non bastano. E continuare a ripeterle senza evolverne la logica potrebbe trasformarle da strumento di pressione in un boomerang geopolitico e industriale.

 

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