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I rapporti tra partners sono sovente problematici. Quelli personali, oggetto di una letteratura senza tempo; quelli commerciali, figli di lotte di potere e pulsioni di supremazia sui mercati internazionali.

Se, poi, il rapporto tra i partners non è, per così dire, paritario, l’equilibrio si caratterizza per una instabilità permanente.

L’autorità doganale è un partner difficile, a volte scomodo; è un partner perché il legislatore unionale così ha sentenziato, moderno revisionismo della antica ottica dicotomica pubblico/privato: “la “partnership” dogana/operatore economico nella fase di gestione del rischio, con quest’ultimo nella veste di fornitore di informazioni, gestite in via telematica, precedenti l’arrivo della merce, comporta, quale regola, il conseguente rapido svincolo delle merci stesse e quale presupposto, una dichiarazione doganale trasmessa per via elettronica, la sopravvivenza di un solo tipo di dichiarazione semplificata, la possibilità di presentare una dichiarazione sotto forma di iscrizione nelle scritture del dichiarante”.

Ecco declinato il nuovo ruolo della dogana nello scacchiere internazionale: non più arbitro super partes, bensì primus inter pares nel gioco del commercio mondiale.

Primus per natura, per vocazione, per diritto.

Un contratto a prestazioni (quasi) sinallagmatiche.

Agevolazioni scambiate per informazioni; un AEO semi-obbligatorio garantisce alle autorità doganali un patrimonio informativo essenziale per le analisi sulle dinamiche degli scambi internazionali, per le indagini sui flussi di approvvigionamento, per gli studi sulle dinamiche di delocalizzazione, internazionalizzazione, globalizzazione.

Espulsi a priori dal mercato gli operatori economici non collaborativi e, quindi, inaffidabili, controllati e colpiti gli operatori economici poco propensi, per così dire, al rispetto della disciplina, normativa e pattizia, che regola il commercio internazionale.

Un partner ineliminabile, la dogana; perché soggetto pubblico, depositario della “giustizia doganale”, chiamato a sanzionare i malandrini che affollano le rotte transnazionali e inquinano mari, cieli e strade e, quindi, a tutelare quella libera iniziativa imprenditoriale privata che, sola, può contribuire alla crescita dell’economia mondiale; benchè, minacciose, oscurino l’orizzonte liberista sempre più dense nubi protezionistiche.

I controlli doganali si configurano nell’ambito di un quadro comune in materia di gestione del rischio: scambio di informazioni attinenti ai rischi e dei risultati dell’analisi dei rischi tra le autorità doganali degli Stati membri, criteri e norme comuni per la valutazione del rischio, misure di controllo e settori di controllo prioritari.

La gestione del rischio si declina in attività diverse, ma correlate e dirette ad un unico fine, quali la raccolta di dati e informazioni, l’analisi e la valutazione dei rischi, la prescrizione e l’adozione di misure, il monitoraggio e l’esame dei processi doganali, sulla base di fonti e strategie internazionali, unionali e nazionali.

La procedura del circuito doganale di controllo, disegnata dall’autorità nazionale, parte dall’individuazione degli indicatori di rischio, ovvero dei fattori che possono far sospettare il rischio di una frode; tali indicatori possono essere oggettivi, quali classificazione doganale, origine, provenienza, trattamento preferenziale, mezzo di trasporto; e soggettivi, ovvero l’attività commerciale dell’importatore o esportatore, il rappresentante doganale, eventuali frodi e/o infrazioni accertate in passato a carico dell’importatore, dell’esportatore o del loro rappresentante.

L’individuazione degli indicatori di rischio è propedeutica alla creazione di specifici profili di rischio, che caratterizzano singole ipotesi di frode.

Processi complessi e noiosi, dipanati da macchine ben ontano dal prototipo di intelligenza artificiale, che cucinano all’infinito un solo ingrediente: informazioni.

La dichiarazione di importazione è un documento complesso, fonte dissetante di dati che rinfrescano il sistema doganale, ma non a sufficienza.

Cosa manca?

Par bleu, i fornitori esteri!

Certo, appaiono, discreti, nelle intestazioni delle fatture e nei packing list, ma in un mondo sans papier poco importa; no no, servono nella dichiarazione, schedatura obbligatoria e via al sezionamento delle lenti di ingrandimento.

Obiettivo: affinare l’analisi dei rischi e selezionare meglio i controlli, bastone con i birichini e carota per i bravi figlioli.

D-day: 5 maggio.

Sipario, inchino e (forse) applausi.

 

 

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