31 gennaio 2020: political Brexit.

31 dicembre 2020: economic Brexit.

30 giugno 2020: any extension of the transition period, parole e musica di zar Boris.

Cara, vecchia Brexit!

Un soffio di normalità in una surreale tempesta pandemica.

Al tormentone politico che ha allietato le fredde giornate crepuscolari dello scorso decennio, imperversando nei consessi politici, nei salotti filosofici e nei dibattiti benpensanti ora ci aggrappiamo, naufraghi mai domi di un Titanic speronato da un iceberg invisibile.

Scrivevamo: “UK sarà tornata, dopo 47 anni, ad essere un’isola fieramente separata dalla terraferma da un lembo di mare e da una atavica superbia, ma fino al 31 dicembre 2020 il cordone ombelicale di mamma UE non verrà reciso; Paese giuridicamente terzo trattato come uno Stato membro, senza, tuttavia, alcun diritto in materia di processo decisionale e di rappresentanza, un ospite ingombrante, libero da vincoli e legato da privilegi. 11 mesi per trovare un senso in 535 pagine di parole, dare un senso ad una dichiarazione politica, trasformarla da petizione di principio in carne e sangue, tutelare tutte quelle imprese lasciate nell’incertezza per oltre tre anni”.

Distratti da un ospite tanto inatteso, quanto molesto, capace non solo e non tanto di minare salute fisica ed economica di un’umanità indifesa, quanto la sicurezza sociale, instillando il dubbio nell’altro, distanziato prima per obbligo e, poi, chissà, per scelta, abbiamo smarrito tre mesi, le pagine da decifrare sono rimaste 535, la tutela delle imprese una Panama di fossatiana memoria scomparsa sull’orizzonte ottico.

Finalmente, i rounds negoziali sono ripresi; 8 mesi per cesellare tre aree di intervento:

  • assicurare la corretta attuazione dell’Accordo di recesso;
  • prepararsi alle conseguenze economiche negative che la fine del periodo di transizione necessariamente comporterà;
  • negoziare una futura partnership UE/UK per limitare gli effetti deleteri sulle finanze pubbliche e private.

E una sola certezza: il periodo di transizione non si proroga, zar Boris dixit, depenniamo il 30 giugno dagli impegni lavorativi sul calendario, tutti al mare (si fa per dire…).

Condivisa una bozza di testo legale per un partenariato economico e di sicurezza, definita ambiziosa dai negoziatori unionali, dopo il match giocato a Bruxelles la scorsa settimana quattro rimangono i punti ancora immersi nella palude delle buone intenzioni:

  • parità di condizioni: due organismi sovrani negoziano senza riserve di superiorità, ma i due mercati (450 milioni di consumatori il mercato UE, 66 milioni di consumatori il mercato UK) non possono paragonarsi; UE propone zero tariffe e zero quote su tutti i prodotti, un partenariato economico ampio, che racchiude gli scambi di merci e di servizi, compresi i trasporti, la pesca e l’energia; e UK? Interconnessione economica e vicinanza geografica richiedono solide garanzie, un accordo commerciale ambizioso poggia su condizioni ambiziose di concorrenza aperta e leale;
  • governance della partnership: UE propone un unico accordo, tutte le aree condivise ricondotte ad un unico quadro di gestione congiunta; UK chiede accordi separati per ciascuna area oggetto della partnership;
  • cooperazione in materia penale: UE chiede garanzie in materia di diritti fondamentali, libertà individuali, standard elevati di protezione dei dati; UK, su quest’ultimo punto, mostra anguillesche propensioni alla fuga;
  • settore della pesca: un equilibrio sostenibile e a lungo termine? Aspettando Godot.

Last, but not least, l’Irlanda del Nord, appuntamento il 30 aprile.

Menu della sessione: on going status dell’implementazione dei controlli doganali sulle merci che entrano in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna e dei controlli sanitari e fitosanitari che entrano in Irlanda del Nord sa Paesi extra-UE.

Nel fedele rispetto della disciplina dettata dall’Accordo di recesso.

Come raggiungere un traguardo? Senza fretta, ma senza sosta.

Immortale Goethe!

 

 

 

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