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Accordo UE-USA: una tregua apparente che lascia scoperti i fondamentali. E l’industria europea paga il conto

By 28 Luglio 2025No Comments

Il comunicato ufficiale è stato diramato: l’Unione europea e gli Stati Uniti avrebbero raggiunto un accordo commerciale, descritto dalla Presidente von der Leyen come “storico” e “foriero di stabilità”. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché, a oggi, il testo dell’accordo non è pubblico e tutto ciò che conosciamo proviene da dichiarazioni politiche e da un comunicato stampa che – al di là dei toni trionfalistici – solleva più domande di quante ne risolva.

E quando mancano i dettagli vincolanti, ciò che resta è l’ambiguità. E con essa, i rischi.

Nonostante venga presentato come un passo avanti nelle relazioni transatlantiche, non siamo davanti a un accordo di libero scambio. Anzi. Il cuore dell’intesa è un dazio fisso del 15% su gran parte delle esportazioni europee verso gli USA. Altro che smantellamento delle barriere: qui si procede alla loro istituzionalizzazione.

Certo, si parla di una lista di prodotti “strategici” per cui sono previsti dazi zero – aerei, chip, alcune materie prime – ma la portata di questo alleggerimento è tutta da valutare. Senza il testo, non è chiaro né quali beni europei rientrino nell’elenco, né quali dazi l’UE continuerà ad applicare sui beni americani.

E soprattutto: che fine fa il Regolamento (UE) 2025/1564, pubblicato appena pochi giorni fa, che prevedeva contromisure europee pronte a partire dal 7 agosto in caso di mancato accordo? Quel regolamento stabiliva una risposta articolata in tre fasi, con dazi progressivi fino al 30% su una vasta gamma di beni statunitensi, dai veicoli alle lattine, fino ai giocattoli. Ora, è stato sospeso? Congelato? Ritirato? Nessuno lo dice.

L’altra grande criticità sta nell’equilibrio commerciale e industriale dell’intesa. Von der Leyen ha sottolineato che l’Europa aumenterà le importazioni di energia dagli Stati Uniti – gas naturale liquefatto, petrolio, uranio – e che i chip AI americani saranno fondamentali per lo sviluppo delle gigafactory europee. Tradotto: l’UE investirà di più negli USA, rafforzandone le filiere strategiche.

Ma cosa arriva in cambio? Non si parla di investimenti americani in Europa. Nessuna dichiarazione su possibili misure di tutela per l’industria manifatturiera europea. Nessun impegno a ridurre i dazi statunitensi esistenti su automotive (25%), acciaio e alluminio (50%), che continuano a colpire duramente settori chiave per Paesi come Germania e Italia. Si tratta, nei fatti, di una partnership asimmetrica, in cui l’Unione europea si muove più come un cliente che come un alleato alla pari.

Nel comunicato si parla di “chiarezza per le imprese” e di “prevedibilità per gli investimenti”. Ma al momento, senza testo ufficiale e senza misure concrete di riequilibrio, le imprese europee restano nel buio.

Perché se i dazi fissi al 15% sostituiscono quelli precedenti – più bassi e variabili – il conto è facilmente quantificabile: aumentano i costi per gli esportatori, soprattutto nei settori ad alto valore aggiunto. E il tutto si somma a un altro problema strutturale: la svalutazione del dollaro, che negli ultimi mesi ha perso circa il 13% rispetto all’euro. Una perdita che rappresenta un “dazio implicito” per chi vende in valuta americana.

Il risultato? Per un’azienda italiana, l’onere medio all’export verso gli USA può oggi arrivare fino al 21%, tra dazi espliciti e penalizzazione valutaria. E questo in un contesto in cui la protezione dell’industria europea dovrebbe essere la priorità, non una nota a piè di pagina.

L’accordo viene incorniciato come il simbolo di un’alleanza strategica. Ma senza i dettagli operativi, resta un esercizio di diplomazia mediatica. Nessun riferimento alla reale applicazione dei dazi UE. Nessun chiarimento sullo status delle contromisure già votate e pubblicate. Nessuna tutela specifica per le imprese europee, che nei fatti si trovano a dover competere in un ambiente più incerto e più oneroso.

Nel frattempo, gli USA incassano l’impegno dell’UE ad acquistare più energia, più tecnologia e più materie prime americane.

L’accordo annunciato tra UE e USA non rappresenta un vero passo avanti verso un mercato transatlantico più equo e aperto. È semmai una tregua precaria, fondata su concessioni unilaterali, ambiguità normative e molte promesse.

Finché non sarà pubblicato il testo completo e non saranno chiariti gli effetti sulle contromisure già previste dal Regolamento (UE) 2025/1564, sarà difficile parlare di successo. E mentre a Bruxelles si brindava all’intesa, molte imprese europee restavano – letteralmente – fuori dalla stanza.

 

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