L’inasprimento dei dazi statunitensi sulle importazioni dalla Cina ha innescato un acceso dibattito internazionale. Con circa 429 miliardi di dollari di beni cinesi esportati negli Stati Uniti nel 2024, la prospettiva che una parte significativa di queste merci possa essere ridiretta verso mercati terzi ha generato preoccupazione tra imprese e governi. Si teme una concorrenza più aggressiva, una pressione sui prezzi e una riduzione dei margini per i produttori locali. Alcune associazioni imprenditoriali hanno già iniziato a sollecitare contromisure, chiedendo l’adozione preventiva di barriere commerciali per contrastare un’eventuale ondata cinese.
Ma quanto è fondato questo timore? Per valutarlo, è stato necessario partire dai dati più dettagliati disponibili: le importazioni statunitensi suddivise in 18.701 categorie merceologiche, secondo la classificazione doganale a dieci cifre. Da questa base emerge un primo dato importante: nel 2024, solo 101 categorie hanno registrato esportazioni cinesi superiori a 500 milioni di dollari. Queste sole categorie rappresentano ben 213 miliardi di dollari di esportazioni, circa la metà del totale cinese verso gli Stati Uniti. Ciò dimostra che l’export cinese è fortemente concentrato in pochi comparti.
Le 101 categorie in questione si distribuiscono principalmente in cinque grandi settori: prodotti elettronici (soprattutto batterie al litio e smartphone), componenti per computer, plastiche, veicoli e giocattoli. È da queste che può teoricamente originarsi una ridirezione verso altri mercati. Tuttavia, la presenza numerica ridotta e la concentrazione settoriale indicano che non siamo di fronte a una minaccia diffusa, bensì a un rischio settoriale e selettivo.
Per comprendere se i fornitori cinesi rappresentano un pericolo reale in mercati alternativi, è stato necessario valutare sia le performance assolute che quelle relative. Nella prima analisi si è esaminato l’andamento dei volumi esportati e del prezzo medio unitario di ciascuna delle 101 categorie tra il 2022 e il 2024. Si è scoperto che, in 37 casi, i volumi sono aumentati mentre i prezzi sono scesi: si tratta dei prodotti definiti “super-competitivi”, associati a 38 miliardi di dollari di export. Tuttavia, la maggior parte delle categorie ha mostrato segni di difficoltà. In 31 casi, ad esempio, pur con prezzi in calo, i volumi esportati si sono ridotti, suggerendo una perdita di forza competitiva. In altre 30 categorie, i costi sono aumentati, con volumi in crescita o in calo: una dinamica che ridimensiona la possibilità di una competizione aggressiva sui prezzi nei mercati terzi.
La seconda valutazione, quella relativa, ha messo a confronto la quota di mercato dei fornitori cinesi rispetto ai concorrenti non cinesi. In 56 delle 94 categorie analizzabili, la quota cinese è risultata in calo. Questo significa che, pur esportando ancora grandi quantità, la Cina sta perdendo terreno negli Stati Uniti in molti dei segmenti che potrebbero teoricamente essere soggetti a ridirezione. Solo in 15 categorie si è osservato un aumento della quota cinese nonostante un incremento dei costi: un caso che potrebbe effettivamente indicare una competitività resiliente. Ma il valore totale associato a queste 15 categorie si ferma a 19 miliardi di dollari: ben lontano da giustificare un allarme generalizzato.
Combinando i due criteri, solo due categorie (calzature e tovaglie in plastica) mostrano contemporaneamente volumi in aumento, costi in calo, quote di mercato in crescita e vantaggio sui concorrenti. Si tratta di settori industriali noti, ma che difficilmente rappresentano l’avanguardia tecnologica cinese o le maggiori preoccupazioni dei policymaker occidentali.
Alla luce di questi dati, risulta chiaro che le paure di un’ondata cinese che invaderà i mercati globali sono, per ora, sproporzionate. È più saggio e utile adottare un approccio analitico, fondato sui numeri, piuttosto che affidarsi a reazioni emotive o protezionistiche. Alcuni comparti potrebbero meritare attenzione, ma la maggior parte delle categorie non mostra segni di competitività crescente. Al contrario, i dati evidenziano una ritirata cinese su molti fronti, che porta a interrogarsi su quali strategie abbiano permesso ai concorrenti di riguadagnare terreno.
Infine, due variabili potrebbero cambiare radicalmente questo scenario: un’estensione dei dazi USA ad altri Paesi, che porterebbe i prodotti cinesi a essere più attrattivi altrove, e l’eventuale introduzione di sussidi pubblici da parte del governo cinese a sostegno dell’export. Entrambe le ipotesi andranno monitorate attentamente nei prossimi mesi.
Nel complesso, però, l’analisi dimostra che non siamo dinanzi a una minaccia globale, bensì a un rischio localizzato, monitorabile e affrontabile con strumenti selettivi. I dati esistono, sono pubblici e dovrebbero guidare la risposta politica e imprenditoriale con lucidità e senza allarmismi.