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L’ora della verità: il 1° agosto scatteranno i nuovi dazi USA, a meno di accordi dell’ultimo minuto

By 28 Luglio 2025No Comments

Dopo settimane di negoziati frenetici, pressioni diplomatiche e annunci incrociati, il conto alla rovescia verso il 1° agosto 2025 si fa sempre più teso. È questa la nuova data fissata dall’amministrazione Trump per l’entrata in vigore dei dazi “reciproci” sui beni provenienti da decine di Paesi, a meno che – come già accaduto nel caso di Regno Unito e Giappone – non vengano siglati accordi bilaterali prima della scadenza.

La misura era stata proclamata per la prima volta il 2 aprile, battezzata dallo stesso Trump come “Liberation Day”, con la pubblicazione di un elenco di Paesi e relative aliquote tariffarie. Ma la reazione globale ha spinto la Casa Bianca a una prima pausa di 90 giorni per consentire trattative. Il 7 luglio, con un nuovo ordine esecutivo, il Presidente ha posticipato l’implementazione al 1° agosto, e in parallelo ha cominciato a inviare lettere ufficiali ai Paesi coinvolti, aggiornando le tariffe previste. Alcune sono aumentate rispetto ad aprile, altre sono state ridotte, segno evidente che la leva tariffaria è pienamente inserita nel meccanismo negoziale.

Finora, due Paesi sono riusciti a strappare un’intesa prima della scadenza. Il Regno Unito manterrà l’aliquota del 10% prevista inizialmente, mentre per il Giappone l’intesa prevede una lieve variazione: da un 24% iniziale a un 25% definitivo, probabilmente in cambio di concessioni su settori strategici e investimenti congiunti, come già annunciato dal governo di Tokyo.

Di seguito, l’elenco dei principali Paesi interessati dalle nuove tariffe e le variazioni rispetto all’annuncio originario del 2 aprile. Le cifre sono accompagnate dai volumi di scambio con gli Stati Uniti nel 2024 (in milioni di dollari), a testimonianza dell’impatto economico potenziale:

  • Unione Europea: da 20% a 30% (+10%) – $974.627,73 mln
  • Messico: da 25% a 30% (+5%) – $839.555,10 mln
  • Canada: da 25% a 35% (+10%) – $761.794,84 mln
  • Giappone: da 24% a 25% (+1%) – $227.348,92 mln
  • Corea del Sud: confermata al 25% – $197.139,46 mln
  • Brasile: da 10% a 50% (+40%) – $91.484,52 mln
  • Thailandia: confermata al 36% – $81.207,27 mln
  • Malesia: da 25% a 20% (–5%) – $80.123,00 mln
  • Indonesia: confermata al 32% – $38.211,20 mln
  • Filippine: da 17% a 20% (+3%) – $23.407,25 mln
  • Sudafrica: confermata al 30% – $20.512,67 mln

Tra gli altri Paesi con dazi confermati o modificati:

  • Cambogia: da 49% a 36% (–13%)
  • Bangladesh: da 37% a 35% (–2%)
  • Iraq: da 39% a 30% (–9%)
  • Algeria: confermata al 30%
  • Kazakistan: da 27% a 25% (–2%)
  • Sri Lanka: da 44% a 30% (–14%)
  • Libia: da 31% a 30% (–1%)
  • Tunisia: da 28% a 25% (–3%)
  • Serbia: da 37% a 35% (–2%)
  • Laos: da 48% a 40% (–8%)
  • Myanmar: da 44% a 40% (–4%)
  • Brunei: da 24% a 25% (+1%)
  • Bosnia-Erzegovina: da 35% a 30% (–5%)
  • Moldova: da 31% a 25% (–6%)

Per quanto riguarda la Cina, l’introduzione dei dazi è stata posticipata al 9 agosto. Secondo il Segretario al Commercio Lutnick, un accordo con Pechino sarebbe vicino, anche se non sono stati rilasciati ulteriori dettagli.

Parallelamente al pacchetto di dazi “reciproci”, l’amministrazione Trump ha annunciato o anticipato ulteriori misure settoriali, alcune delle quali già in vigore, altre ancora in fase di definizione. Tra le più rilevanti:

  • Rame: dazio del 50%
  • Farmaceutici: dazio record del 200%
  • In fase di valutazione: legname, camion pesanti, aerei commerciali, minerali critici, semiconduttori e prodotti derivati

Importante sottolineare che i dazi reciproci non si applicano ai beni già soggetti a tariffe settoriali specifiche come acciaio, alluminio e componenti auto.

Mentre si avvicina il 1° agosto, il mondo attende con il fiato sospeso. Le aziende valutano scenari di approvvigionamento alternativi, i governi intensificano le trattative, e l’Organizzazione Mondiale del Commercio resta spettatrice impotente. L’era dei dazi come leva geopolitica non è mai stata così tangibile.

Resta solo da vedere quanti altri Paesi seguiranno l’esempio di Regno Unito e Giappone. Ma il tempo stringe.

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