USA

Nuove tariffe USA: quando la politica commerciale diventa enigma

By 5 Ottobre 2025No Comments

In tempi in cui la comunicazione politica viaggia più veloce dei canali diplomatici, basta un post su Truth Social per rimettere in discussione intere strategie commerciali. È quanto sta accadendo nuovamente negli Stati Uniti, dove l’ex presidente Donald Trump ha annunciato l’introduzione di nuove tariffe doganali su una gamma di prodotti esteri, tra cui farmaci, mobili e camion.

Le nuove misure entrate in vigore il 1° ottobre e, prevedono dazi del 100% sui farmaci, del 50% su mobili da cucina e bagno, del 30% su mobili imbottiti e del 25% sui camion. Un’escalation tariffaria che segue una logica ormai nota: ridurre il disavanzo commerciale americano e proteggere, almeno nelle intenzioni, la sicurezza nazionale.

Trump giustifica questa nuova stretta con la necessità di contrastare la “concorrenza sleale” delle importazioni straniere, colpevoli – a suo dire – di mettere a rischio la produzione interna e l’autosufficienza industriale americana. Tuttavia, non è difficile leggere tra le righe anche una forte componente elettorale: rilanciare il messaggio “America First” proprio in vista delle prossime presidenziali.

Non mancano, però, precisazioni strategiche: i dazi sui farmaci, ad esempio, non si applicheranno alle aziende che già producono negli Stati Uniti o che abbiano avviato la costruzione di stabilimenti sul suolo americano. Una mossa che strizza l’occhio agli investitori e che si propone come incentivo alla rilocalizzazione industriale.

L’annuncio ha subito suscitato interrogativi anche in Europa. L’Unione Europea sarà coinvolta da questa nuova ondata tariffaria? A rassicurare gli operatori economici europei ci ha pensato Olof Gill, vice portavoce della Commissione Europea, che ha ricordato la validità della dichiarazione congiunta UE-USA in materia commerciale.

Secondo l’accordo, gli Stati Uniti si sono impegnati a non applicare dazi superiori al 15% – considerando sia la tariffa della Nazione più favorita (MFN) che quella imposta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 – su determinate categorie merceologiche di origine UE, tra cui prodotti farmaceutici, semiconduttori e legname. Questo tetto tariffario rappresenterebbe, nella lettura europea, una sorta di garanzia preventiva contro derive unilaterali.

Le prime reazioni delle borse europee e in particolare di Piazza Affari sono state sorprendentemente moderate. Il comparto farmaceutico non ha registrato scossoni significativi: le principali multinazionali del settore, infatti, dispongono già di impianti produttivi negli Stati Uniti o hanno piani di espansione in corso, rendendole potenzialmente escluse dalla misura.

A sostenere i listini è intervenuto anche un dato sull’inflazione americana in linea con le aspettative: un segnale che, per ora, la retorica protezionista non ha provocato un aumento rilevante dei prezzi al consumo.

Al di là della contingenza tariffaria, la questione più rilevante è quella della credibilità della politica commerciale statunitense. Gli investitori globali faticano a orientarsi in un contesto in cui gli accordi bilaterali possono essere sovvertiti da un tweet o da una dichiarazione estemporanea. In questo clima di incertezza, i mercati continuano a guardare con maggiore attenzione alle mosse della Federal Reserve, percepita come ancoraggio istituzionale ben più solido rispetto alla variabilità della Casa Bianca.

Con l’approssimarsi delle elezioni e un contesto globale già segnato da tensioni geopolitiche e instabilità economica, la politica commerciale USA rischia di trasformarsi da leva strategica a strumento tattico elettorale, con potenziali ricadute a catena per l’equilibrio del commercio internazionale.

Leave a Reply