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Stati Uniti e Cina: tregua a Busan, ma la guerra economica è tutt’altro che finita

By 5 Novembre 2025No Comments

Dopo mesi di minacce, ritorsioni e colpi di scena, la lunga guerra economica tra Washington e Pechino ha vissuto un nuovo capitolo con l’incontro del 30 ottobre tra Donald Trump e Xi Jinping all’aeroporto di Busan, in Corea del Sud. L’appuntamento, avvenuto subito dopo il vertice APEC di Gyeongju, ha segnato la prima stretta di mano tra i due leader dopo sei anni e una temporanea distensione in una delle fasi più tese delle relazioni bilaterali.

Dietro la coreografia di sorrisi forzati e dichiarazioni caute, l’intesa raggiunta a Busan non chiude la partita, ma concede un anno di tregua in una disputa che, ormai, travalica il commercio per toccare gli ambiti strategici della sicurezza economica, tecnologica e geopolitica.

Il secondo mandato di Trump ha ripreso i toni e i metodi del primo, ma con un’ulteriore radicalizzazione: nuove tariffe su beni cinesi, controlli sull’export, restrizioni tecnologiche, sanzioni e controritorsioni.

Il momento di rottura è arrivato a fine settembre 2025, quando il Bureau of Industry and Security (BIS) ha introdotto la cosiddetta “50% Rule”, estendendo i controlli alle esportazioni verso qualunque società partecipata per almeno la metà da entità inserite nella Entity List o nella Military End-User List. La misura ha colpito centinaia di imprese cinesi – tra cui colossi come Huawei – e messo in difficoltà migliaia di aziende occidentali coinvolte nelle catene di fornitura globali.

Pechino ha reagito con la consueta prontezza, imponendo a sua volta restrizioni all’export di terre rare e magneti, una mossa dal peso enorme in settori chiave come elettronica, difesa e mobilità elettrica. A ciò si sono aggiunte nuove tariffe portuali sui vettori statunitensi e sanzioni verso società americane legate al gruppo sudcoreano Hanwha Ocean, proprio alla vigilia dell’entrata in vigore di analoghe misure statunitensi.

La tensione si è alimentata ulteriormente con il boicottaggio cinese della soia americana, colpo durissimo per l’agricoltura del Midwest, e con le minacce di Trump di aumentare i dazi di un ulteriore 100%.

Il compromesso raggiunto in Corea del Sud, frutto di negoziati preliminari condotti a Kuala Lumpur pochi giorni prima, prevede una sospensione e una riduzione delle principali misure economiche introdotte da entrambe le parti.

Sul fronte statunitense:

  • Washington non applicherà l’aumento del 100% sui beni cinesi,
  • manterrà congelato per un altro anno il 24% di dazi reciproci sospeso a maggio,
  • e ridurrà dal 20% al 10% il dazio legato alla crisi del fentanyl.

Nel complesso, la tariffa media sulle importazioni dalla Cina scenderà di circa dieci punti percentuali, portandosi attorno al 28%.

Gli Stati Uniti hanno inoltre deciso di sospendere per dodici mesi la 50% Rule, offrendo un po’ di respiro alle imprese coinvolte. Entrambe le potenze, infine, hanno concordato la sospensione delle rispettive tariffe portuali per un anno: un gesto significativo, considerando il ruolo dominante della flotta cinese nei traffici globali.

Da parte sua, Pechino ha rinviato di un anno l’entrata in vigore dei nuovi controlli all’export annunciati il 9 ottobre e promesso di adeguare i propri dazi alle riduzioni americane. Il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che i dettagli delle misure saranno “ulteriormente definiti”, lasciando intendere che la loro effettiva applicazione dipenderà dall’andamento dei rapporti bilaterali.

Un altro segnale positivo riguarda la ripresa delle importazioni cinesi di soia statunitense, anche se gli analisti restano scettici su un ritorno ai volumi pre-boicottaggio.

Malgrado la tregua, restano irrisolte le questioni strutturali alla base del confronto: Taiwan, tecnologia, sicurezza nazionale e investimenti transfrontalieri. Nessun progresso è stato registrato sulla vendita della piattaforma Blackwell di NVIDIA, sugli approvvigionamenti energetici cinesi o sul dossier TikTok, così come non vi è stata alcuna revisione dell’indagine USTR ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974, tuttora aperta.

Anche sul piano strategico la distanza è rimasta evidente: Washington continua a sostenere la centralità del Pacifico come area di proiezione geopolitica, mentre Pechino consolida le sue alleanze economiche con il Sud-est asiatico e rafforza le esportazioni verso l’Europa, riducendo la dipendenza dal mercato statunitense.

Più che una pace, l’intesa di Busan appare come una pausa tattica. Entrambi i leader possono rivendicare un successo momentaneo davanti alle rispettive opinioni pubbliche, ma il confronto resta aperto e destinato a riaccendersi.

Le due economie più grandi del mondo si trovano oggi legate a doppio filo ma in competizione permanente, in un equilibrio che ricorda la logica della “distruzione economica reciproca assicurata”. La sospensione delle misure più aggressive evita per ora nuovi shock nei mercati globali, ma non risolve la questione di fondo: la gestione degli squilibri economici interni e la sfiducia strategica reciproca.

Il prossimo anno sarà un banco di prova. Se la tregua reggerà, USA e Cina potranno utilizzare questo intervallo per rafforzare la resilienza interna, diversificare le catene di approvvigionamento e tentare una nuova cornice di cooperazione in Asia-Pacifico. Ma ogni passo sarà condizionato dalle decisioni della Corte Suprema statunitense in merito alla legittimità dei dazi imposti nel 2025 sotto l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).

Nel frattempo, il mondo osserva: perché da questo fragile equilibrio dipende non solo la direzione della politica commerciale globale, ma anche la stabilità di interi settori industriali.

 

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