L’Economic Prosperity Deal (EPD) tra Stati Uniti e Regno Unito, entrato in vigore l’8 maggio 2025, è stato presentato come un accordo “storico”, capace di rafforzare i legami economici transatlantici. Ma è davvero così? Basta sfogliare il testo per rendersi conto che, al di là degli annunci, si tratta più di una cornice generale che di un vero accordo commerciale vincolante.
Non siamo davanti a un trattato di libero scambio. Nemmeno a un’intesa strutturata come il TCA tra Regno Unito e Unione Europea. Questo è un documento che definisce obiettivi comuni, segnala intenzioni future e avvia dei negoziati. È, in sostanza, una dichiarazione d’intenti – ben confezionata per l’opinione pubblica, ma senza effetti immediati vincolanti sul piano legale o tariffario.
Certo, sono previste alcune misure simboliche:
- Riduzione dei dazi su una selezione di beni, tra cui acciaio, etanolo e carne bovina.
- Una quota agevolata per l’esportazione di 100.000 autoveicoli britannici verso gli USA, soggetti però ancora a dazio del 10%.
- Apertura al dialogo su standard agricoli, digital trade, cooperazione doganale e sicurezza economica.
Tuttavia, molte delle questioni più controverse – come le divergenze in materia sanitaria e fitosanitaria, che includono temi sensibili come il “pollo al cloro” – rimangono irrisolte, demandate a futuri “negoziati strutturati”.
Nel frattempo, le tariffe su larga parte dei beni restano inalterate. Il linguaggio usato – “intend to”, “plan to”, “will consider” – sottolinea la natura non vincolante dell’intero impianto.
Persino autorevoli economisti, come il premio Nobel Joseph Stiglitz, hanno liquidato l’accordo con giudizi piuttosto tranchant, mettendone in dubbio la sostanza.
Al di là dell’efficacia limitata nel breve periodo, c’è un rischio strategico da non sottovalutare: il disallineamento normativo con l’Unione Europea. Qualsiasi apertura indiscriminata al mercato statunitense, senza garanzie su standard comuni e trasparenza, potrebbe incrinare il già delicato equilibrio con Bruxelles.
L’EPD, in questo senso, appare più come una manovra politica – utile a entrambe le parti per motivi interni – che una reale svolta nei rapporti commerciali. Un palcoscenico ben allestito, ma ancora senza copione.
Ogni passo verso un commercio più fluido e reciproco è il benvenuto. Ma è fondamentale non confondere le intenzioni con i risultati, e mantenere uno sguardo critico su ciò che viene celebrato come “storico”, ma è ancora tutto da scrivere.
La politica commerciale ha bisogno di realismo, non titoli da prima pagina.
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